Note sulle catene di messaggi che allarmano Spezia, e su quanto tutto ciò non sia un caso isolato.
trigger warning: st*pro e violenza di genere

 
Da qualche giorno le chat delle e degli spezzini sono intasate da alcuni messaggi che risultano “inoltrati molte volte”. Il contenuto di questi messaggi, che ricordano a chi ha qualche anno in più le vecchie “catene” telefoniche, è molto semplice e si tratta di un grido d’allarme: sabato, o magari anche prima, arriveranno, saranno in tanti, distruggeranno tutto, stupreranno le studentesse e saccheggeranno le Terrazze.  
 
Chi sono? Beh i nuovi barbari, i “maranza” come li chiama la stampa, o uno dei vari dispregiativi che vi si accostano. 
Chi ha scritto questi messaggi e cos’hanno di vero?

Mentre risultano indagati due minorenni per i messaggi che chiamavano ad una mobilitazione che prendeva di mira le grandi catene di abbigliamento e di elettronica presenti in città, non è dato sapere invece chi siano gli autori dei messaggi allarmisti girati nelle scuole, perché chi li ha prodotti e messi in circolazione si è ben guardato dall’identificarsi, e questo non è un caso.

 

Ciò che sta accadendo in questi giorni, e che ha gettato in allarme soprattutto le scuole, non è un fatto isolato ma un copione che si sta replicando in maniera identica in tutto il centro nord Italia, dalle città più grandi ai comuni più piccoli.
La dinamica è sempre la s
tessa: nei giorni immediatamente seguenti alle giornate di piazza di Milano, iniziano a circolare messaggi che indicano come imminente un‘aggressione da parte di gruppi di facinorosi ai danni delle attività commerciali e alle scuole, con particolare riferimento a minacce di stupri ai danni di giovani studentesse. Si parla di centinaia di persone in arrivo, generalmente da altre città, e che sarebbero pronte a commettere i crimini più efferati. E, ancora, a corollario di questi messaggi di allarme, sono circolate a Spezia e nel resto d’Italia “liste per gli stupri” contenenti nomi di ragazze che sarebbero obiettivo di queste masse inferocite. Lo stesso copione, ovunque e in contemporanea.

Queste catene di messaggi hanno scatenato reazioni scomposte di paura e caccia alle streghe. In Emilia Romagna e in Veneto, in molte scuole si è registrato uno sbalorditivo tasso di assenza, che ha raggiunto il 90% nelle giornate indicate in questi messaggi. Le studentesse, i professori, le famiglie, tutti hanno avuto paura. 

Più che comprensibile, peccato però che nulla di quanto è riportato in queste catene di messaggi si sia in alcun modo verificato: pian piano è diventato sempre più evidente che si trattasse di un’operazione di terrorismo psicologico i cui attori rimangono al momento sconosciuti. 
 

Ora in molti, anche sulla stampa, iniziano timidamente a parlare di fake news ma riteniamo che ciò sia decisamente riduttivo. Oltre ai profili penali che la diffusione di questi messaggi può prefigurare (procurato allarme, solo per fare un esempio) e su cui sono al momento in corso indagini, c’è qualcosa di ancora più inquietante in tutta questa storia.
Non possiamo sapere con certezza chi abbia orchestrato tutto questo ma difficilmente un fenomeno di questo tipo avrebbe potuto replicarsi con questa pervasività e velocità in così tanti luoghi contemporaneamente, se non ci fosse stata una capacità organizzativa previa. Su questo sarà la storia, forse, a darci risposte. 

 

Quello che è evidente sono gli obiettivi a cui mira questa sorta di strategia della tensione (mai nome fu più adatto). 
Il primo è senza dubbio generare paura; e la paura è forse il più potente dei sentimenti in politica. 
Il secondo e immediatamente comprensibile obiettivo è quello di alimentare ulteriormente l’odio verso i soggetti che hanno animato le piazze dello scorso fine settimana
cancellando completamente le rivendicazioni portate in piazza in quei giorni.
Il terzo e conseguente è quello di diffondere diffidenza e timore per le proteste, quelle studentesche in particolare (non a caso i veri centri di diffusione di questi messaggi sono state le scuole), e puntare così a disincentivare la partecipazione alle prossime date di mobilitazione.
Paura degli spazi pubblici, paura delle manifestazioni, paura degli altri. 

Va
 poi sottolineato anche l’aspetto patriarcale di questa strategia della tensione, con l’utilizzo della narrazione “donne=vittime, soggetti inerti da difendere“. Una narrazione già usata in passato per  spaccare o  prevenire quella saldatura tra giovani delle periferie e movimenti sociali che tanto preoccupa ogni governo.
Il sottotesto è sempre lo stesso: “donne, fuori è pericoloso, rimanete in casa“. Stavolta il pericolo deriverebbe da chi scende in piazza, da chi è escluso dalla vita politica di un Paese ma comunque 
soggetto alla sua repressione. Da chi, guarda un po’, viene definito “maranza”, con quel sottotesto razzista che tanto piace a chi usa l’odio verso le classi più marginalizzate per difendere le classi al potere. 


Tutto questo può sembrare assurdo, e in fondo lo è tanto quanto la fase che ci stiamo trovando a vivere. Una fase fatta di guerre che paiono inarrestabili e in continua espansione
. Una fase in cui il costo della vita diventa insostenibile mentre persino il cibo inizia a mancare dagli scaffali di mezzo Paese, e l’energia e i carburanti toccano cifre da capogiro.
Mentre ai più giovani viene tolto tutto, persino l’illusione di una speranza per il futuro che non sia in mimetica e elmetto, mentre agli autotrasportatori viene detto di lavorare anche se in perdita, mentre la sanità, la scuola, i trasporti, sono sacrificati sull’altare del 5% in spese militari, mentre siamo appena sopravvissuti all’estate più calda di sempre e più fresca di tutte le prossime, mentre i genocidi non si fermano ma
 si moltiplicano, mentre i diritti umani vengono cestinati e le democrazie sbriciolate pezzo dopo pezzo. 

 

Mentre tutto questo accade, a chi non sopporta più il silenzio e decide di alzare la testa per reclamare il diritto di  vivere si risponde solo e soltanto con bastone, repressione e terrore.
Potranno pure spaventarci con questi messaggi d’odio, ma senza dubbio non basterà così poco a farci rimanere a casa. La paura che sta portando milioni di persone in piazza in Italia, in Europa e nel mondo è quella per il futuro quantomai incerto, la paura per non arrivare a fine mese per il carovita, la paura di non farcela, la paura per le guerre che aumentano ogni giorno di più.
Paure di tempi di crisi. A queste paure  non vengono date risposte politiche e sociali ma solo repressione.

La vera sicurezza è avere un tetto, una scuola accessibile e garantita a tutt*, una sanità gratuita e laica, un ambiente sano.

La sicurezza è solidarietà, non repressione.
Contrastiamo l’odio e la paura, scendiamo in piazza insieme.